Un paio di scarpe.
Una camicetta.
Un regalo per un’amica.
E io vedevo mio padre aprire un cassetto, prendere alcune banconote e consegnargliele.
Mi sembrava umiliante.
Ricordo una volta in particolare.
Avevo sedici anni.
Mia madre aveva bisogno di un cappotto nuovo perché quello vecchio aveva una cucitura ormai impossibile da riparare.
«Aspetta il mese prossimo», disse mio padre.
Lei annuì.
Io esplosi.
«Perché deve chiederti il permesso? I soldi li guadagna anche lei!»
La cucina diventò improvvisamente silenziosa.
Mio padre mi guardò.
«Non sai di cosa stai parlando.»
Quella frase mi fece infuriare ancora di più.
«So benissimo cosa vedo.»
Mia madre mi prese per un braccio e mi accompagnò fuori dalla stanza.
«Non immischiarti.»
Lo disse con calma, quasi sorridendo.
Ma io interpretai quel sorriso come rassegnazione.
Da quel momento, nella mia mente, la storia era chiara.
Mia madre era intrappolata in un matrimonio in cui non aveva alcuna indipendenza economica.
Quando lasciai casa per l’università, promisi a me stessa che non sarei mai diventata come lei.
Avrei avuto un conto mio.
Avrei gestito il mio stipendio.
Non avrei mai permesso a nessuno di decidere come spendere ciò che guadagnavo.
Per molti anni il rapporto con mio padre rimase distante.
Non litigavamo apertamente, ma tra noi esisteva una barriera.
Lui probabilmente lo sentiva.
Io certamente sì.
Quando mi sposai, mia madre mi aiutò a preparare il matrimonio.
Un pomeriggio, mentre piegavamo i tovaglioli, mi disse:
«Tuo padre è contento per te.»
«Immagino.»
Lei sospirò.
«Sei troppo dura con lui.»
Mi fermai.
«Mamma, per quarant’anni gli hai consegnato ogni centesimo che hai guadagnato.»
Lei non rispose immediatamente.
Mi guardò con un’espressione strana.
Poi cambiò argomento.
Quello fu uno dei tanti momenti in cui avrei potuto capire.
Ma non capii.
Gli anni passarono.
Mio padre andò in pensione.
Mia madre continuò a lavorare ancora per qualche anno perché diceva che le piaceva avere una routine.
Ogni tanto andavo a trovarli e trovavo sempre la stessa organizzazione quasi militaresca.
Ricevute archiviate.
Bollette ordinate.
Piccoli quaderni pieni di numeri.
Mio padre aveva ancora l’abitudine di annotare ogni spesa.
Io lo trovavo ossessivo.
«Godetevi un po’ la vita», dicevo.
